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Sta casa aspetta a te



Qui, nel blog di Galatea ho postato il lungo commento che riporto qui sotto.

Sallusti è recidivo e per questo non gli è stato riconosciuto il beneficio della condizionale. La cosa – conoscendo il tipo e i suoi metodi – sorprende piuttosto poco, ma non è affatto particolare trascurabile.
Agli inizi degli anni ’50 l’incensurato Guareschi – nome che a dura fatica accosto a quello di Sallusti e che Sallusti dovrebbe pronunciare solo dopo prolungati risciacqui orali coll’acido muriatico – si prese un’iniqua (per come venne condotto il processo) condanna per diffamazione nei confronti di De Gasperi, in base ad un fatto per il quale, in un successivo processo, Guareschi fu giudicato colpevole anche di falso, il tutto senza vedersi riconosciuta la minima attenuante (eppure ve n’erano molte ed oggettive). Guareschi, indignato e ritenendosi vittima di un’ingiustizia, non fece appello in ambo i casi (disse “Ricevo questa condanna come riceverei un cazzotto in faccia: non ho alcuna necessità di dimostrare che l’ho ricevuto ingiustamente”) e il cumulo delle due condanne gli fruttarono la bellezza di oltre 13 mesi di galera e 6 di libertà vigilata. Ora, se gli italiani hanno lasciato che la galera se la facesse, e ingiustamente, uno come Guareschi, non vedo proprio perché dovrebbero tutti piangere per la galera (come si fa oggi, per giunta, la galera) del recidivo Sallusti.
Quanto al merito del reato di diffamazione e alla pretesa di depenalizzarlo, a me essa pare inziativa del tutto corporativa e inammissibile: io, da cittadino, non trovo nulla di incivile o di arcaico nel fatto che uno possa andare in galera per diffamazione, reato riprovevole innanzitutto dal punto di vista etico e particolarmente infame, specie quando reiterato o addirittura innalzato a sistema. Se uno, Galatea, non ha capacità e coglioni per fare il direttore di giornale se ne rimanga nel sottoscala a scrivere i necrologi e gli annunci di nozze e nascite.
Né ritengo che la diffamazione, possa mai essere integralmente compensata da sanzioni e risarcimenti venali, il che distingue giuridiacamente i reati penali dai reati di ordine civile/amministrativo. Pensateci un attimo e provate a immaginare quali vantaggi (politici, economici, finanziari, ecc.) potrebbe procurare al suo ricchissimo padrone o alla sua parte politica/economica/finanziaria/ecc. il direttore di un giornale diffamando sistematicamente i suoi avversari, al prezzo di – per quanto la legge ne faccia lievitare gli importi – trascurabili sanzioni e risarcimenti. Qualche esempio eloquente a tal riguardo, seppure di ambito diverso, ci viene dalle famose Autorità, non a caso di nomina politica, che – ad onta delle multine che di tanto in tanto rifilano – non riescono minimamente ad arginare gli abusi dei vari potentati nei confronti dei soggetti più deboli, abusi moltiplicatisi a dismisura proprio a partire dalla istituzione delle varie Autorità.
Piuttosto, per cautelarci tutti (cittadini, giornalisti, editori, ecc.), proporrei che un politico in carica non possa avviare alcuna azione giudiziaria nei confronti del preteso giornalista diffamatore finché egli ricopra una qualsiasi carica elettiva o di nomina politica, oppure qualche altra disposizione del genere che garantisca maggiormente cittadinanza e giornali quanto meno dallo strapotere politico (il che comunque non riguarda il caso di Sallusti, diffamatore recidivo di un magistrato).


Aggiornamento del post. Sebbene non alteri in alcun modo il senso delle opinioni esposte qui sopra, corre l'obbligo di precisare che ieri 26/09/12 la Cassazione ha sì confermato la condanna, che passa quindi in giudicato, ma ha accordato all'imputato il beneficio della sospensione della pena in quanto - a detta anche di Bruti Liberati - il PG di Milano cui compete rendere esecuitiva la sentenza - a carico di Sallusti non risultano cumuli di pena né precedenti specifiche condanne (recidive). Si chiarisce quindi che, contrariamente a quanto riferito da alcune fonti giornalistiche e involonatriamente anche qui sopra, la non sospensione della pena sancita in appello era dovuta a ragione diversa dalla recidiva (pare che invece dipendesse dal fatto che Salusti non aveva fatto istanza di poter scontare la pena con modalità alternative al carcere).

Pubblicato il 25/9/2012 alle 11.54 nella rubrica Diario.

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